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roger creager - road show

E’ uno degli artisti texani che ho “scoperto” più di recente rispetto a molti altri, ma fortunatamente oggi è possibile recuperare il tempo perso acquisendo un’intera discografia nel giro di un click!
Alcuni attirano la mia attenzione per la struttura e le sonorità delle loro canzoni, altri per la carica “elettrica” musicale (essendo nato prima come rockettaro), altri per la singolarità vocale, e Creager è uno di questi ultimi. Ci sono voci nate per il blues, altre per il rock ed altre per il country, come quella di Roger.
Pur essendo nato nel ’71 a “Corpus Christi”, in Texas, il suo sogno non era quello di diventare un chierichetto, bensì un cantante country, sogno che si è coronato nel 1998 con il suo primo album dal titolo Having Fun All Wrong. Ma il lavoro di cui voglio fare una breve recensione è molto più recente, si tratta di: Road Show, studio album del 2014.
E’ uno di quei lavori che possono essere definiti breve ma intenso. Si tratta infatti di una raccolta di 7 brani:
. Road Show
.
Where the Gringos don’t go
. River Song
. Different then I’m feelin Right Now
. I love you when I’m Drunk
. Forever in your Eyes
.
Little bit of them all
I classici brani che ti ascolti volentieri durante un bel viaggio; non eccessivamente impegnativi nei testi, ritmo giusto, musica non troppo invadente e ben calibrata sui bassi, chitarra elettrica, e batteria, e si alternano bene canzoni spensierate e belle ballate romantiche al punto giusto (senza eccedere negli zuccheri). L’impronta rimane quella di un singer e songwriter sulla cresta dell’onda dal 1998, con l’azzardo di alcuni strumenti  poco utilizzati nel country, ma inseriti e dosati a dovere.
Non vi resta che ascoltarlo.
Presente su iTunes a 6,99 Euro.

(Roberto Bresciani)

 

billy joe shaver - long in the tooth

Ed eccomi a parlare del nuovo lavoro di un outlaw per eccellenza, Long in the Tooth di Billy Joe Shaver. Non c’è nulla di meglio che scrivere ascoltando una dopo l’altra le tracce di questo album sorseggiando un buon bicchierino di Talisker, circondato dalla quiete e dal silenzio che accompagnano la notte… certo c’è anche da tenere in considerazione quella rilassatezza che ti fornisce la sicurezza di andare ad ascoltare qualcosa di buono.
Come per Willie Nelson e per Johnny Cash, anche Billy Joe Shaver rientra nella categoria di artisti che apprezzo maggiormente nelle ultime interpretazioni, nelle canzoni degli ultimi anni… la voce, signore e signori, solo la loro voce è sufficiente per avere la fotografia della loro vita! Raro elemento, bisogna ammetterlo. Leggendo il booklet dell’album si rileva, fra gli altri, il nome di Steve Earle che scrive: “se un giorno Dio si svegliò e decise di fare di sé un cantautore, fu un mattino del 16 agosto del 1939” e se mentre leggi questo hai in sottofondo la prima track “Hard to be an outlaw”(ft. Willie Nelson) comprendi quanto ha ragione.
C’è però un ma, c’è però un brano che non si incastra con gli altri nove pezzi del puzzle ed è proprio quello che da il titolo all’album “Long in the tooth”. Trovo che interrompa una certa linearità, a cominciare dalla ritmica. Rimane comunque una mosca bianca in un’opera eccezionale nello stile unico di un honkytonk man come Shaver.
La cosa che di questi autori non sorprende è la verità con cui scrivono ed interpretano le loro canzoni, vi invito a leggere, se ne avete tempo e voglia, il testo del brano Hard to bea n outlaw.
Buon ascolto.

(Roberto Bresciani)


old crow medicine show - remedy

Come mettere d’accordo folk, rock, country e bluegrass? Provate un po’ ad ascoltare il nuovo album degli Old Crow Medicine Show! Entusiasmante sin dalla prima traccia “Brushy Mountain Conjugal Trailer”, più facile da ascoltare che da pronunciare!
Scoprirete dei colpi di genio musicale da lasciare a bocca aperta… per esempio: vi è mai capitato di sentire un banjo che interpreta una chitarra elettrica?
Sono presenti ballate, altre canzoni più cadenziate  e diverse schegge impazzite, insomma: un mix che non annoia se lo si vuole ascoltare d’un fiato dall’inizio alla fine... ed è interamente realizzato con strumenti acustici.
Unica pecca: Dearly Departed Friend… mi ricorda troppo le sonorità e le ritmiche alla Bob Dylan, di cui ho sempre odiato la musica e ne ho sempre amato le cover che ne hanno fatto, vai a capirci!
Consigliato anche per chi, come me, non è un patito del bluegrass.

(Roberto Bresciani)

 

Ronnie Dunn - Ronnie Dunn

Album uscito nel giugno del 2011, porta il titolo del suo autore, quasi fosse una prima realizzazione di Ronnie Dunn. In effetti si potrebbe pensare ad una novità, ad una nuova nascita musicale per Ronnie, visto che sono anni che non pubblica nulla come solista; era infatti sempre accompagnato da Kix Brooks… per chi fosse estraneo al genere Ronnie Dunn faceva parte del grande duo “Brooks & Dunn”, in vetta alle classifiche new country dal 1991 al 10 agosto 2009, data quest’ultima che ha decretato lo scioglimento di un duo con 10 album, 6 raccolte e diversi singoli al suo attivo.
Pare tuttavia sia stata una “scissione” ben ponderata e condivisa da entrambi considerando la dichiarazione stampa rilasciata che citava, testualmente:
Dopo 20 anni di musica e aver fatto questo percorso insieme, ci siamo concordati come duo che è il momento di chiudere la nostra carriera. Questo percorso è stato molto più di quanto avremmo mai potuto sognare .... Lo dobbiamo a tutti voi, voi fan. È giunto il giorno. Rilasceremo "#1's and Then Some" l'8 settembre 2010 e vi saluteremo per l'ultima volta nel 2010, con The Last Rodeo Tour.
Ma torniamo a parlare di questo nuovo album di Ronnie Dunn. Comincio col dire che non ho trovato grandi soroprese… mi spiego meglio: il 60-70%, almeno, delle canzoni lanciate dal gruppo sopra citato sono state scritte dallo stesso Ronnie per cui il suo stile, la sua impronta, la si conosce ed è stata mantenuta anche in questo suo nuovo lavoro.
Tenendo presente il suo passato da aspirante Ministro Battista, non mancano mai contenuti religiosi in alcune sue canzoni, ma questo lo fa sempre con discrezione e con senso mirato, elementi che non infastidiscono anche gli atei più convinti.
Un buon lavoro, studiato, ben ponderato e realizzato nella struttura, nell’intensità vocale che ha sempre distinto questo songwriter, nelle parole, nei testi (addirittura autobiografici in alcune tracce) e nella musica… Insomma non è assolutamente un “commercial album”. Dodici brani adeguatamente alternati fra honkytonk, new country o contemporary country che dir si voglia, e belle ballate festose e sentimentali, fanno di “Ronnie Dunn” un album da non lasciarsi sfuggire, soprattutto per gli amanti del genere e per i nostalgici.
Fra i miei brani preferiti:
.
Singer in a Cowboy Band
. How far to Wako
. Costo f Livin’
. Bleed Red
. Let the Cowboy Rock
.
I can’t help Myself
. Love Owes Me One
Prodotto dallo stesso Ronnie Dunn per la Arista Nashville. Sito ufficiale dell’autore: www.ronniedunn.com


(Roberto Bresciani)



Brad Paisley - American Saturday Night

Non è la prima volta che pubblichiamo articoli su questo eccezionale personaggio, l’ultimo è stato in occasione del suo album “Play - the guitar album”… Avete capito di chi stiamo parlando? Vi fornisco allora un ulteriori aiuti: quest’anno ha avuto l’onore di cantare alla White House davanti al presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama (il video su youtube ha oltrepassato le 84.700 visualizzazioni), ha avuto sette nomination al quarantatreesimo CMA Awards (song of the year, male vocalist of the year, video of the year, single of the year, album of the year, entertainer of the year, musical event). Esatto, si sta proprio parlando di Brad Paisley e del suo nuovo lavoro “American Saturday Night”, uscito nel giugno del 2009 per la Arista Nashville.
Strumento predominante, ma non per questo “invadente ed esasperante”: la chitarra. Del resto che ci si poteva aspettare da uno che è praticamente nato in una cassa di risonanza?
Splendide, variopinte e soprattutto ballabili, le quindici melodie presenti (compresa la strumentale hidden track che riprende il tema di Welcome to the future).
E’ un artista che ci ha abituati a ingurgitare i suoi album in un boccone, fatta eccezione per “Play” (sofisticato e tecnico), proprio per le caratteristiche poc’anzi citate e per la pura bellezza dei pezzi realizzati.
Spiccano le tre ballate principali:
. Anything like me (dedicata al figlio)
. No (dedicata a suo nonno)
. Then (dedicata a sua moglie)
Ma anche brani movimentati come le belle polka (line dance) di “You do the math” e “Catch all the fish”, o il brano iniziale che da il titolo all’album “American Saturday night”, poi vengono “Welcome to the future”, “Water”, con cui ci va a meraviglia un two step, le blueseggianti “She’s her own woman”  e “Oh yeah you’re gone”, meritano indubbiamente una menzione.
Con la track “The Pants” si torna a sonorità antiche molto vicine al southern Texas country.
Insomma, ce n’è per tutti e per tutti i gusti. Un’altra grande produzione 2009 da non farsi scappare.

(Roberto Bresciani)


 

Toby Keith - American Ride

Se l’album “That don’t make me a bad guy” del 2008 lo avete trovato gustoso, “American Ride” lo troverete succulento. La vena musicale di questo giovanotto nato a Clinton (Oklahoma) nel 1961 non sembra proprio esaurirsi, nonostante una carriera partita nel 1993 che vede ben quattordici  album (studio) all’attivo, escluso quello in questione.
Più precisamente:

. Toby Keith (1993)
. Boomtown (1994)
. Christmas to Christmas (1995)
. Blue Moon (1996)
. Dream Walkin’ (1997)
. How do you like me now?! (1999)
. Pull my chain (2001)
. Unleashed (2002)
. Shok’n Y’all (2003)
. Honkytonk University (2005)
. White trash with money (2006)
. Big dog daddy (2007)
.
A classic Christmas (2007)
. That don’t make me a bad guy (2008)
Insomma, una vera a propria macchina discografica.
Pare che almeno undici della dozzina di brani contenuti in questo nuovo lavoro siano stati scritti da Toby Keith e Bobby Pinson durante il tour 2008, e quelli che sta componendo quest’anno finiranno quasi sicuramente su di una new release 2010.
Ci sono dei pezzi slow da fare invidia alle migliori produzioni hard rock; ben nota è infatti la caratteristica di questo genere musicale nei brani lenti che riescono ad esprimere un romanticismo quasi “innaturale”; basti pensare agli AC/DC, agli Scorpions, ai Deep Purple, e via discorrendo.
Le tracce a cui mi riferisco sono:
. Are you feelin’ me
. Woke up on my own
. Cryin’ for me (tributo al cestista e musicista jazz Wayman Tisdale, deceduto il 15/05/2009)
. Tender as I wanna be
Si passa poi all’allegria ed al country rock di Every dog has it’s day, con cui ci si può scatenare in una coreografia “tush push”, al brano “Nashville” che da il benvenuto all’ascoltatore ed il titolo all’album “American ride”, pezzo in cui Toby ironizza sullo stile di vita americano… e non, oserei dire.
Assolutamente da evidenziare, per le sue sonorità blues, difficilmente dimenticate nelle produzioni di Toby Keith, il pezzo “If you’re tryn’ you ain’t” e per la sua carica il numero undici della lista “Loaded”.
E’ un anno buono per gli artisti country, ci sono veramente su piazza delle splendide produzioni, come la qui presente.
Prodotto dallo stesso Toby Keith per la Label Show Dog Nashville.

(Roberto Bresciani)

 

Lynyrd Skynyrd - God & Guns

Con la segnalazione giuntami da Country Music Television (CMT) dell’uscita del loro nuovo video (Simple Life), ho avuto occasione di conoscere i Lynyrd Skynyrd, nome un po’ difficile da tenere a mente… ma fortunatamente non è lo stesso per il loro sound.
Gli esperti del settore staranno sicuramente dicendo: “Non conosceva i Lynard Skynyrd? Blasfemo!”, e hanno ragione. Si tratta infatti di una band in essere dagli anni settanta, fondata dal noto Ronnie Van Zant, morto nel ’77 per un incidente aereo e sostituito nella band dal fratello Johnny. E’ un gruppo che ha subito varie vicissitudini al suo interno per la perdita di alcuni componenti, ma ancora oggi è presente e spinge di brutto sulle sei corde.
Se avete un momento di depressione o se la stanchezza sta prendendo in voi il sopravvento, vi consiglio vivamente di inserire il loro nuovo straordinario lavoro “God & Guns”, ruotare a 360 gradi la manopola del volume o tenere premuto per una decina di secondi il pulsante più del volume e premere il magico tastino…play!
Una raffica bordate da 50 megatoni sconvolgeranno il vostro stato iniziale, tanto da non ricordare nemmeno qual’era. Il southern rock & country si sentono come un sacchetto di ghiaccio sulla fronte di un febbricitante.
Dodici brani uno diverso dall’altro ed uno più bello dell’altro, un cd che mi sento di consigliare ad occhi chiusi. Capacità, tecnica, esperienza e buona musica sono la formula magica di God & Guns, album uscito dopo sei anni di silenzio e meditazione dall’ultimo pubblicato “Vicious Cycle”.
Vi lascio con un paio di curiosità: Jeffrey Steele ha collaborato nella stesura del testo di Simple Life e Unwrite that Song; il nome Lynyrd Skynyrd nasce dalla storpiatura del nome Leonard Skinner, insegnante di ginnastica della scuola che i primi componenti del gruppo frequentavano (il professore detestava i ragazzi con i capelli lunghi!).

(Roberto Bresciani)


 

Michael Peterson - Baby, I'm Stickin with You

Lo abbiamo salutato nel 2007 con il ricordo di un eccellente concerto a Voghera/PV e con l’album “In black”, per reincontrarlo nel 2009 con una serie di live nel nord Italia e con un nuovo lavoro che fa pensare a tutto fuorchè al “nero”, ad atmosfere tristi, potrei anzi dire, con assoluta certezza, che si tratta di una vera e propria “esplosione di colori”.
Finalmente ritrova sonorità e testi più solari, dove le chitarre possono ben rotare ed i country dancers piacevolmente ballare su delle grandi piste di legno; già, perché in questo album sono presenti ballate e ritmi estremamente coinvolgenti, generati dalle note e dalla penna di un veterano della tradizione new country che in Italia ha ritrovato l’energia giusta per far scendere di qualche tacca il metronomo.
“Baby, I’m stickin with you”, un titolo che riporta ad una canzone dei Velvet Underground scritta da Lou Reed o che ricorda la famosa “Happy to be stuck with you” di Huey Lewis & the News (ma le rimembranze o l’assonanza è solo nel titolo) è la capolista, la “copertina” che fa già intuire l’impronta dell’album. Contraddicendo infatti il famoso detto “non giudicare un libro dalla copertina”, i brani a seguire alternano momenti di dolcezza ad altri di allegria, tutti eseguiti con la professionalità e la maestria di un interprete che ormai ben conosciamo, anche in versione acoustic.
Fra i brani più entusiasmanti vorrei segnalare:
. Baby, I’m stickin with you
.
Better than me for you
. Why didn’t you think of this before?
. Support the wildlife, throw a party
. The perfect weekend
. Freight train

La pecora nera? The little we’ve got (troppo vicina al pop).

(Roberto Bresciani)

 

Jeffrey Steele - Gold, Platinum, no Chrome more Steele Greatest Hits II

Che si è di fronte ad un puro genio musicale lo si sa già da tempo, ma quando si ascolta una raccolta dei migliori successi di Jeffrey Steele, come “Gold, Platinum, no Chrome, more Steele - Greatest Hits Vol. II”, si arriva a toccare con mano quanto sia ampio il grado di creatività e tecnica artistica di questo personaggio della country & outlaw music; un personaggio che peraltro abbiamo avuto il piacere di conoscere in un’intervista.
In questo album sono presenti  undici delle più grandi canzoni che Jeffrey ha composto ultimamente per grandi interpreti , come: Anthony Smith (If that ain’t country), Van Zant (Help Somebody), Rascal Flatts (What Hurts the Most - Me and My Gang - My Wish), Steve Holy (Brand New Girlfriend), Montgomery Gentry (Something to be Proud of - Hell Yeah), Keith Anderson (Everytime I Hear your Name). Ebbene, in questo album avrete l’onore di ascoltarle direttamente da colui che le ha scritte, e vi assicuro che l’emozione e la sensazione è “al quadrato”, almeno a mio avviso. Chi mi ha seguito sin dagli esordi sa quanto io sia legato a questo artista e quanto la mia obiettività possa essere stata trascurata, ma vi assicuro che ciò che alcuni interpreti hanno reso “poppeggiante” qui diviene “rockeggiante” e la percezione è indubbiamente molto più toccante. Un esempio su tutti: My Wish. Ascoltatela cantatata dai Rascal Flatts e poi dallo stesso Jeffrey… giudicate voi.

(Roberto Bresciani)

 

Miranda Lambert - Crazy ex Girlfriend

Tempo fa dissi: “Un’altra con la stessa enfasi e carica di Gretchen Wilson, the redneck woman, sarà difficile trovarla fra le cantanti country!”… sono incappato nell’album “Crazy ex-girl friend” di Miranda Lambert, anno di uscita 2007, ebbene: mi rimangio quanto detto! 
Questa giovane venticinquenne, classe 1983, ha piazzato un candelotto di dinamite nelle fondamenta delle mie affermazioni e lo ha fatto brillare, ed è una cosa che non mi ferisce affatto, anzi, mi sprona a proseguire le ricerche musicali anche in tale ambito.
Ad indirizzarla sulla buona strada il padre Rick, chitarrista e cantautore country, lei poi ha fatto il resto.
E’ una ragazza che non si perde in smancerie o sonorità commerciali e va dritta al suo stile, infatti la prima “fucilata” arriva dritta al centro dati biologico appena premuto il tasto play con il brano “Gunpauder & Lead” (polvere da sparo e piombo), prorompente ed elettrica a dovere, come l’argomento trattato del resto.
Dopo aver consegnato tal biglietto da visita ed aver fatto ben intendere con chi si ha a che fare, abbassa un po’ il tiro e torna alle classiche sonorità country con il secondo pezzo dell’album “Dry town”.
Il lato romantico di Miranda emerge in “Famous in a small town”, “Love letters”, una soffice ballata a ritmo di valzer, “Desperation”, “More like her” e “Easy from now on”. Il resto è tutto acido nitrico, solforico e altre sostanze altamente deflagranti. Non mi credete?
Provate ad ascoltarvi in cuffia “Down”, il mio pezzo clou della raccolta, “Guilty in here” o “Getting ready”, pesante bluegrass, oppure la canzone che da il titolo all’album “Crazy ex-girl friend”, dove affiora una certa musicalità punk degli anni migliori.
E’ quindi un’artista attuale, sì, ma che non dimentica le radici della musica country.

(Roberto Bresciani)

 

Julianne Hough - Julianne Hough

Si presenta un po’ più pacata della collega Miranda Lambert, ma è comunque brillante ed effervescente quanto basta per essere apprezzata in questa sua opera prima che, come accade nel novanta per cento dei casi, porta lo stesso nome dell’artista.
In questo album la presenza del pop e dello stile Nashville è piuttosto marcata, ma grazie ad una buona band composta da strumentisti cresciuti a pane e country riesce a far passare queste trascurabili pecche in secondo piano. Ricordiamo che Miranda è nata come ballerina, ha vinto un paio di competizioni del famoso show televisivo “Dance with the star” trasmesso sulla ABC, poi la Mercury ha deciso di farne anche una cantante, con discreti risultati aggiungerei. Sarà lei infatti ad aprire il tour 2009 di un big della country music, George Strait.
La voce appare soffice e vellutata, ben impostata per un debutto, e le canzoni, fra ritmiche che si spostano con equità fra il soft ed il vivace, scorrono fluide e docili sul “palato auricolare”. Ricorda un po’ lo stile degli Sugarland in alcuni brani, per intenderci.
Ispira un bel “Candy Kiss” la canzone di start up “That song in my head”, semplice ma gradevole anche nel testo. “My hallelujah song”, scritta dal noto songwriter Craig Wiseman, è un titolo che fa pensare alla classica pedante ed impegnata traccia che bisogna talvolta sorbirsi convincendosi di ascoltare un capolavoro… di tristezza! Questa volta non è così! E’ una briosa melodia che mette in risalto le capacità vocali di Giulianne Hough; la penna di Wiseman non si smentisce.
Cadenze country-soul nel brano “love yourself”, mentre chitarre più aggressive tentano di ribellarsi nella traccia “Hello”, non riuscendoci però pienamente.
Non darei a questo album un bel voto pieno, ma indubbiamente c’è stato un gran lavoro di squadra per lanciare la bellissima e talentuosa Miranda Lambert… su questo non ci piove.

(Roberto Bresciani)

 

Trace Adkins - X (Ten)

Ha debuttato nel 1996 con l’album “Dreamin' Out Loud” ed è ora giunto alla sua decima uscita discografica, non per nulla il titolo del suo nuovo album, dato alla luce nel novembre del 2008, è semplicemente “X” (ten).
trace Adkins è un grande artista che ci è capitato spesso di ascoltare e di ballare sulle nostre piste, fra le ultime vi ricordo “Swing” e “Honky Tonk Badonkadonk” tratte dall’album “Dangerous Man” del 2006.
Quello di cui stiamo trattando è un cd che mi ha veramente colpito già in prima battuta e che ho ascoltato non so quante volte… ma quel che più mi stupisce e che non mi sono ancora stancato di sentirlo proprio per la sua peculiarità, per quella che è la sua varietà di ritmiche, andamenti e stili.
Si passa dalla malinconia dettata da “Til the last shot’s fired”  al brio dell’honky tonk con “Hauling one thing”, dal romanticismo di “All I ask for anymore” al vigore di “Hillbilly rich”, dalla divertente “Sweet”, brano di apertura, alla soffice ballata “Let’s do that again”. Non è pedante e non pretende nemmeno di esserlo. Inoltre l’interprete è un cantante che ha raggiunto indubbiamente una buona maturità artistica e musicale, che viene pienamente espressa in “X”.
La mia valutazione non può che essere ottima.

(Roberto Bresciani)

 

Keith Anderson - C'Mon!

Lo abbiamo ascoltato e ballato qualche tempo fa, esattamente nel 2005, con il brano “XXL” tratto dal suo primo album “Three Chord Country and American Rock & Roll”, prodotto dal grande Jeffrey Steele, che peraltro ha collaborato nella stesura di alcuni testi e musiche.
Un album di esordio che ha portato Anderson, ragazzo del ’68 nato in Miami, Oklahoma, vicino l’Arkansas,  a grandi risultati:
. nomina a nuovo artista maschile dell’anno di country music
.
2 brani al primo posto nella top ten: "Pickin’ Wildflowers"; "Every Time I Hear Your Name"
.
2 video musicali al primo posto nella classifica dei più visti:  "XXL"; "Podunk"
Dopo una premessa del genere, che ci si può aspettare dal nuovo lavoro discografico di Anderson, sapendo peraltro che anche in questo c’è lo zampino di Steele in qualità di produttore?
Già il titolo è un invito ad ascoltarlo in piedi, sì, perché il brano di partenza, che peraltro da il titolo all’album, cancella dalle menti le immagini di divani, poltrone, sedie, sgabelli e qunt’altro esista di comodo su cui poggiare il fondoschena, per sostituirle con altre di piste da ballo in parquet o legno, campi da gioco, palcoscenici, sale prova, Texas Highway, insomma, con tutto ciò che ispira movimento e adrenalina.
Outlaw, country-rock e southern texas sound qui non mancano. Oltre alla canzone di apertura indicata poc’anzi, vi segnalo: Breack my heart, Somebody needs a hug, il singolare Sunday morning in America.
Fra i pezzi slow voglio invece mettere in risalto la meravigliosa “She could’ve been mine”, dove si ascoltano passaggi di tonalità vocale degni di un grande artista.
Il cd è composto da 10 pezzi scritti dallo stesso Anderson ed una cover "Crazy Over You" di Foster & Lioyd che lo stesso Anderson ha invitato a cantare con lui. Insomma, a parer mio, non mancano le fondamenta “dopanti” naturali per un album da ascoltare e ballare che si rispetti.

(Roberto Bresciani)

 

Brad Paisley - Play (the guitar album)

Vi dico già sin d’ora che si tratta di un album piuttosto singolare per Paisley, lo potrei definire un cd per palati fini, per intenditori, un’opera più da “ascoltare” ed apprezzare che da ballare, se vogliamo capirci senza troppi giri di parole.
Se non avessi saputo che Brad è della classe ”1972” e non avessi mai avuto occasione di vedere una delle sue foto,  avrei detto che l’artista  che ha realizzato queste musiche ha un’età che si aggira intorno ai cinquant’anni, ma non perché monotone o dal sound “precolombiano”, bensì per la grande tecnica musicale e l’eccellente versatilità dell’artista nelle varie sfaccettature della musica country. Va del resto sottolineato che questo cantante è sul palco dall’età di tredici anni ed ha cominciato a suonare la chitarra ad otto.
E’ un cd più acustico che cantato, del resto il titolo, “Play - The Guitar Album”, e la copertina, una chitarra elettrica su una altalena un po’ rustica, sono chiari.
Si tratta di una raccolta di ben sedici pezzi, uno differente dall’altro per strumentazione, sonorità  e tipologia.
C’è del bluegrass (Huckleberry Jam), del southern texas country (Come on In), del surf-rock (Turf’s up), dell’ honky tonk (Kentucky Jelly) , del country-blues (Playng with fire- Let the Good time Roll), del jazz (Les is More), del Nashville sound (Start a Band) e chi più ne ha più ne metta.
Molti inoltre i nomi che hanno collaborato e duettato con Paisley: Keith Urban, Buck Owens, BB King, Steve Wariner e altri.
Se non sapete quale regalo fare ad un “intenditore” di questo bucolico genere musicale, direi che “Play” è una delle migliori scelte dell’anno 2008.

(Roberto Bresciani)

 

Toby Keith - That don't Make me a Bad Guy

Quello che vado a recensire è l’ennesimo album di un artista presente nel country music world dal 1993, anno in cui debuttò con il suo primo omonimo lavoro discografico.
Dopo l’uscita del film “Beer for my Horses” che lo vede protagonista affiancato da Rodney Carrington, il 2008 è anche l’anno in cui Toby Keith lancia sul mercato musicale “That don’t make me a bad guy”, il nuovissimo cd dell’etichetta Show Dog Nashville contenente undici brani inediti.
Si dice che chi ben comincia è a metà dell’opera, e secondo me iniziare con un allegro country sound come quello che emerge dal brano in pole position “That don’t make me a bad guy” è proprio un buon partire… peraltro, una bella changing dance con una canzone del genere non ci starebbe affatto male.
Dobro, steel-guitar e violini si fanno da parte per lasciare spazio a qualcosa di più elettrico e di impronta “lone star”, texana, elementi presenti nel secondo pezzo della lista “Creole woman”.
Una battuta d’arresto in un trend in ascesa è invece provocata da “God love Her”, canzone troppo simile, a mio parere, ad un precedente successo di Keith, “Country comes to town” dall’album “How do you like me now”, ma viene tutto dimenticato con lo slow “Lost you anyway” e con “Missing me some you”, pregno di soul e sonorità pure da far venire i brividi.
Per gli amanti del two step segnalo “You already love me”, una bella ballata in cui emerge il suono del caro e vecchio banjo. A cooro che invece preferiscono ritmi più vivaci e graffianti, evidenzio: Time that it would take.
Un altro apprezzabile lavoro targato Toby Keith per la Show Dog Nashville.

(Roberto Bresciani)

 

LeeAnn Womack - Call me Crazy

Note puramente e squisitamente country, con qualche accenno blues & Nashville, per il decimo album di questa decisamente intensa cantante, al debutto nel 1997 con l’omonimo album.
L’andamento “slow” non è proprio il mio genere, forse lo avete compreso da tempo, ma ho avuto la fortuna di ascoltare questo lavoro di Lee Ann in un momento in cui avevo necessità di rilassarmi e di lasciar vagare la mente là dove nessuno è mai giunto prima. Sì, perché si tratta di una raccolta di pezzi in gran parte lenti, dedicati ai romantici o a coloro che vogliono prendersi un’oretta di pace e di completo isolamento dal resto del mondo facendosi cullare dal dolce suono della country music.
Ho trovato una purezza di suono nell’incisione, anche per quanto concerne gli strumenti acustici, veramente eccezionale, cosa che mi ha fatto gustare ancora di più questo cd.
Qualcuno peraltro sarà contento di sapere che è presente anche un duetto con George Strait in “Everything but quits”.
La stessa cantante ha anche collaborato nella stesura di alcuni pezzi dell’album, come per esempio “Have you seen that girl”, mio brano preferito fra i dodici presenti.

(Roberto Bresciani)

 

Mark McKinney - Get it On

Per la miseria ragazzi! Ogni giorno se ne scopre uno nuovo. Nello spazio infinito della country music non si finisce mai di imparare e di apprezzare. Sì, ogni tanto mi capitano le “lagne”, lo ammetto, ma quando becchi quelli giusti…
E allora eccovi un altro southern texas singer, un altro outlaw singer, uno a cui piacciono le auto sportive e la velocità, e lo si capisce al volo ascoltando il suo primo lavoro “Get it On”, sparato in quarta già allo start up!
Prima di cominciare con la hot list vi vorrei far conoscere meglio il personaggio che stiamo trattando ed il modo più immediato che ho trovato è quello di mettervi a conoscenza di quanto scritto dallo stesso McKinney nella seconda di copertina titolato “From the heart”: - A year ago I was frustrated and was toying with the idea of giving up on my musical dreams.
Around that time I started experiencing on-going heart palpitations and erratic heart beats. I spent a couple mounths and way too much money figuring out my heart was perfectly fine. It was all being caused by stress and my mind. Why am I telling you this? Because this life-changing event is what made me decide  to “Get it On!”. I realized my “heart” would not let me give up on my dreams. I wrote this entire album soon after. I guess God thought I needed a good health scare to kick myself in the ass. Together with my best friend Rob Dennis, we have found a new way to live. “It’s no hobby; it’s a way of life!” You don’t quit, you don’t give up, you don’t wait, you just “GET IT ON!!” May this album inspire someone else out there to “Get it On”, too.
Voce ed aspetto randagi, trasmettono in tempo reale, grazie anche ad una impostazione musicale “senza catene”, l’incredibile karma di chi finalmente ha raggiunto, fra molte difficoltà, il suo primo obiettivo. E allora si comincia con un bel ritmo da lightning polka (coreografia country line dance) con il brano d’entrata “Comfortable in this skin”. Le battute accelerano con la second hit “Stompin’ Ground”, elettrica al punto giusto, non mi permette di tenere le gambe ferme mentre scrivo questa recensione… se quindi trovate qualche errore, sapete già il perché. Il vibrante southern country rock di “Party Foul” non mi consente di tenere le mani su questa cavolo di tastiera e non vorrei arrivare al termine del brano senza avervi trasferito le emozioni ricevute dall’ascolto, ma forse l’ho già fatto?! Un attimo, ma giusto un pizzico, di calma e dolcezza ci è dato dal quarto brano della serie “Fall”. Ed una movimentata couple dance viene naturale con “Bonfire”. Alti e bassi invece nel rabbioso “Get your country on”. Gli amanti del two step non possono non apprezzare il virtuoso “Reckless in Texas”. Tengo a sottolineare che tutti i pezzi sono stati scritti dallo stesso McKinney, un ragazzo veramente in gamba, destinato, a mio modesto parere, a fare parecchia strada… sempre che il successo non gli dia alla testa o lo renda troppo “raffinato”, qualità che non combina con il genere trattato!

(Roberto Bresciani)

 

Trent Willmon - Broken In 

Non poteva certo sfuggire ad Outlaw Music News un cantante come Trent Willmon, nato nel marzo del 1973 ad Amarillo, Texas. Non ci crederete, ma questo personaggio è cresciuto in un ranch vicino Afton dove non c’era la televisione e si riceveva una sola stazione radio… a giudicare dai risultati non gli ha fatto male! 
Willmon è stato uno dei primi scrittori assunti nello staff della Sea Gayle Music, una co-publishing company della EMI promossa da Chris Dubois, Frank Rogers e Brad Paisley. Il suo primo album è stato pubblicato nel 2004 “Trent Willmon”, il secondo nel 2006 “A little more livin’” e la sua nuova produzione “Broken in”, febbraio 2008. Ed è proprio di quest’ultima che ci andiamo ad occupare.
Ci vuol dimostrare con chi abbiamo a che fare già dal pezzo d’entrata, che peraltro dà il titolo all’album, “Broken in”. Ritmica sincopata e chitarra a go go. “Doesn’t mean I don’t love you” invece è il classico lento ad “effetto contrario”, nel senso che quando lo ascolti non ti deprime, ma ti carica. C’è la rabbia ed il dramma di una storia finita. Si percepisce dall’intensità vocale di Willmon, che in alcune parti sembra quasi gridare per la disperazione, e dalla carica musicale che la band (LEAD GUITAR & VOCALS
Beau (Bone) Tackett - BASS & VOCALS Arlo Gilliam - STEEL Tom (Bleu) Mortensen - FIDDLE / MANDOLIN Craig Delphia - DRUMS Steve Emahiser) è riuscita magistralmente a creare.
Un bel country soul con tanto di armonica ci viene gentilmente offerto nel brano “Cold beer and a fishin pole”… se pensiamo che il pezzo di successo del 2004 di Trent è stato “Beer man” ed in questo album è presente un brano con un titolo come quello menzionato, vien da sé che al country singer in esame piaccia non poco questa bevanda. Voi che dite?!
Kandy kiss, kandy kiss, non c’è dubbio, dovete ballare un kandy kiss (coreografia line dance) con “Way I remember it”, quinto dei dodici brani.
Ed entriamo nelle sonorità tipicamente country con “The good o’ days are gone”, “How a cowboy lives”, “Little set of hornes”, “Tombleweed town” e “There is a God”, di quest’ultimo potete vedere il video all’indirizzo http://music.clevver.com/video/32118/trent-willmon-there-is-a-god.php.
Pelle d’oca all’attacco di chitarra acustica ed elettrica in “I’ll love you anyway”, questi strumenti sembrano dire: - occhio che questo è un pezzo di grandi emozioni. E quando sono gli strumenti a parlare, bisogna sempre crederci!


(Roberto Bresciani)

 

Alan Jackson - Good Time

Si parla di un nome presente nella country music, nella new country music, dal 1990. Si parla di un artista da diciassette album realizzati, comprese due greatest hits. Eppure vi dirò che ho affrontato questo cd con una certa diffidenza… già, proprio così! Come dice bene Max, Massimo Cavalieri, io sono un rockettaro del genere, uno a cui piacciono i country grintosi, in cui emerge quel po’ di rock o di “rabbia” che li rende elettrici, ed in passato avevo ascoltato qualche pezzo di Alan Jackson che mi aveva trasmesso tutt’altra sensazione, tutt’altra emozione. Potete ben capire quel po’ di indifferenza nei confronti di questa nuova uscita. Considerando tuttavia che è un album consigliato anche da Roby dj, uno che di musica ne ha masticata e digerita a tonnellate, mi sono detto: “Non ci pensare, ascolta e basta!”. E nonostante fossero diciassette brani, tutti scritti dallo stesso Jackson, è andata, forse grazie anche ad un pezzo iniziale, “Good time”, dotato di quella ritmica e sonorità conformi al mio DNA. Si passa poi ad un ritmo da two step, un bel country puro, con “Small town southern man”; analoga tipologia in “1976” e, anche se con ritmiche più vivaci, in “Never loved before” (in duetto con Martina McBride) ed in “Laid back’n low key”. Si passa poi all’honky-tonk con i brani “Country boy” e “If Jesus walked the world today”. Scorrendo i titoli si arriva a leggerne uno che incuriosisce non poco, soprattutto se si è italiani, più precisamente: “I still like Bologna”. Una canzone di ispirazione politica? La traduzione in parole e musica della bellezza di una città italiana? Macchè, è dedicata ad un salume in scatola di largo consumo fra gli americani, visto da Jackson come una soluzione alla frenesia della vita moderna. Quando si dice l’eccentricità! Non mancano i pezzi lenti e malinconici, ma ogni tanto un po’ di relax ci vuole. Riprendiamo di slancio con una bella polka, con l’hillbilly “Long long way”. Una tiratina di orecchie invece per il pezzo “This time”, molto vicina, lo si percepisce già dall’intro del brano, a “Believe” di Brooks & Dunn. Chiudiamo con un bel valzer-linedance: “Right where I want you”.
Vincendo le mie “remore” ho scoperto un nuovo Alan Jackson, in grado di muoversi abilmente nelle sfumature della country music.

(Roberto Bresciani)

 

Halfway to Hazard - Halfway to Hazard

Se volevate attirare la mia attenzione, cari Chad Warrix (lead vocals, guitar, mandolin, banjitar) e David Tolliver (lead vocals, guitar), beh, avete trovato la via giusta. Mettere come capolista la grintosa Countryfied, canzone scritta dal mio autore outlaw preferito, Jeffrey Steele, è stata una mossa astuta… bravi ragazzi, vi siete guadagnati un posto su Outlaw Music News!
I miei complimenti anche per non averla storpiata con ritmiche e sonorità “raffinate”, avete mantenuto lo spirito “wild & free” dell’opera del grande Steele. Ottimo! Le vibrazioni positive rimangono sulla pelle anche con il brano successivo “Taking me on”, anche se le sonorità si fanno più “Nashville”.
Un po’ di “pepata malinconia” giunge nei padiglioni auricolari con “Cold”. Il duo appare ben affiatato e le voci combinano quasi alla perfezione, dosano piuttosto bene timbrica e controcanto.
Per un gruppo che si chiama “Halfway to Hazard” non poteva certo mancare un bel country titolato “Daisy”.
Ricordate i tempi della scuola, quando i prof spiegavano quanto erano bravi i poeti ad usare il suono di alcune combinazioni di parole per ricreare l’atmosfera del brano? Questa band lo ha fatto attraverso la musica. In “I’m tired” la stanchezza la sentite sul serio. La musica quasi si “trascina”, ha poi degli sprazzi di lucidità per poi ripiombare a terra schiacciata dalla fatica e dalla frustrazione. La voce di Chad Warrix è molto simile, a parer mio, a quella di Steven Tayler degli Aerosmith… questa somiglianza emerge molto in queta canzone, ma anche in “Burn it Down”. Ditemi pure se non è così! Toccante il brano “Die by my own hand”.
Go, go, go with electric guitar, boy! “Country ‘til the day I die”, titolo che potrebbe essere quasi un “motto”, infonde un bel po’ di liquido infiammabile nelle arterie. Alti livelli anche per il rockabilly “Welcome to Nashville”.
Questi ragazzi sono agli inizi, si sente, hanno ancora nel petto una gran quantità di tnt, di carica, che rimane impressa a fuoco in ogni brano dell’album, anche negli slow.
Tim McGraw, ora posso dirlo, ha avuto buon fiuto nel produrre questa band.  Altra notizia che vi posso dare è che gli Halfway to Hazard accompagneranno proprio McGraw nel suo tour.

(Roberto Bresciani)

 

Jill Johnson - The Woman I've Become

Non so ragazzi, sarà stato un momento di debolezza o un momento di eccessivo romanticismo, ma è accaduto… Mi sono innamorato di Jill Johnson! Attratto dalla bellezza della cantante, mi sono andato ad ascoltare uno degli ultimi album disponibili: “The woman I’ve become”, del 2006. Oltre che una gioia per gli occhi è stata una gioia anche per l’udito. E’ capitato lo stesso anche con Shania, lo so, però…. Quando talune bellezze sanno anche comunicare una certa energia, una certa grinta, beh, non capisco più nulla. So perfettamente che le critiche nei loro confronti non sono eccezionali, soprattutto da parte dello zoccolo duro degli ascoltatori della country music, con la Country maiuscola, ma io non posso conformarmi a tali giudizi se qualcosa mi piace e mi fa salire il tasso ormo… eh, volevo dire, di adrenalina al livello rosso.
Scherzi a parte, è un album leggero, ma che merita di essere ascoltato almeno una volta. La country music si fonde con il rock e con la musica pop, ma il tutto rimane su discreti standard, grazie anche ad una voce eccezionalmente impostata e virtuosa come quella di Jill Johnson, ragazza nata a, badate bene, Ängelholm, nella parte Sud-Est della Svezia. Chi l’avrebbe mai detto. Io no. Tali sonorità non si trovano certo in Svezia, eppure la nostra Jill, la mia Jill, e la sua band sembrano aver ben assimilato il Nashville sound. Ne ha fatta di strada quella piccola che a quattro anni già cantava nel coro locale. Ben nove cd all’attivo.
Le prime due canzoni dell’album in questione (Til’ the cowboys come home, When love doesn’t love you) mi hanno caricato a mille e la terza (Blassed are the broken hearted) mi ha proiettato sulle nuvole, dove ci sono rimasto per tre minuti e quarantuno secondi, giusto la durata del pezzo. E’ uno di quei brani che ti arrivano direttamente al cuore. Però state tranquilli, la “melassa” è ben alternata al “chili” in questi intensi tredici brani che compongono “The woman I’ve become”. Non mancano inoltre spunti per muoversi un po’ sulla pista. Non vi annoierete ascoltandolo, parola!


(Roberto Bresciani)

 

Blake Shelton - Pure BS

Ed ecco uno che “irrompe a passo di carica dove gli angeli stentano ad entrare!”. Blake Shelton, nato nel ’76 in Ada, Okla. La sua gavetta comincia già da ragazzo, suonando negli honky tonk bar. A diciassette anni Blake ha l’onore di affiancare e seguire Mae Boren Axton, songwriter e coautore di Heartbreak Hotel; comincia poi anch’egli a scrivere canzoni per gli altri sino a comporre per sé l’omonimo album uscito nel 2001.
Ma passiamo ora allo scanner “Pure BS”, il nuovo lavoro del 2007 di Shelton.
Bello pompato e roccheggiante, tanto da sfondare qualsiasi barriera posta nel padiglione auricolare insinuandosi poi fra i sensi umani, il brano d’assalto, di partenza, “This can’t be good”. Quando ogni canale d’ascolto risulta libero e pulito ed ogni collegamento nervoso è teso e accordato come un diapason, ecco che arriva una preghiera, “Don’t make me”, una navicella che ci porta a toccare le stelle. Il ritmo accelera nuovamente con il terzo brano del menù, un bel lonestar sound, “The more I drink”, una bella bevuta fra amici e… qualche guaio. E’ possibile vedere la versione live ed il video di Don’t Make me sul Blake Shelton Myspace Channel: http://www.myspace.com/blakeshelton.
Possiede anche uno spazio su Youtube (http://it.youtube.com/user/blakeshelton), ma non tutti i video sono visibili nel nostro Paese.
Ora immaginate di avere davanti a voi la ragazza a cui ambite da tempo, ma non riuscite a dirle che vi piace e che volete passare con lei il resto della vostra vita… andate dal dj e richiedete il brano “Back there again”. Poi avvicinatevi lentamente a lei, fatele un timido saluto con il cappello, invitatela al ballo allungando la mano verso di lei e… questa musica farà tutto il resto.
Altri pezzi slow dell’album sono: I don’t care, What I would’nt give, She can’t get that. Il resto è tutto un movimento.
Onore al merito: bella e country al punto giusto, ecco a voi, signore e signori, la splendida “The last country song”, cantata con John Anderson & George Jones.


(Roberto Bresciani)

 

Kevin Fowler - Bring it On

L’atmosfera è graffiante, la voce si avvicina a quella di un bluesman, vissuta e naturale, e la musica è elettrica al punto giusto; questo è Bring it on, il sesto album di Kevin Fowler, sothern texas singer che ha esordito nel 2000 con il cd Beer, Bait and Ammo.  Alcune canzoni mi ricordano molto lo stile e la grinta di Jeffrey Steele, e questo gli fa guadagnare punti nella mia valutazione, per esempio: Now you’re talkin’; Feels Good Don’t it.  
Trovo che vi siano assonanze anche con Tracy Lowrence (Best mistake I’ve ever made, numero undici della lista ed “unico” pezzo slow della sequenza).
I brani non sono tutti in puro country, ma queste varianti e miscele di honky-tonk, bluegrass, rock, rock’n roll, se abilmente dosate come in questo caso, fanno percepire quanto la musica country si sappia ben combinare con più tipologie musicali, quasi… completandole.
Ben fermentato il duetto con Gorge Jones nel country-rock Me and the Boys. Con Cheaper to keep Her mi sparerei volentieri una ritmata changing dance. Azzardato e non troppo ben riuscito, almeno a mio parere, l’esperimento di Fowler di alternare in una stessa canzone, “Slow Down”, bluegrass e honky-tonk. Ma è forse l’unica pecca di questo album. Il resto delle tracce presenti, tredici in tutto, non delude e soprattutto: non fa stare fermi!
E’ un cd alla nitro. Spero che ascoltandolo avvertiate lo stesso incremento di benefica adrenalina che ho sentito io. Da non ascoltare prima di coricarsi, tenere fuori dalla portata dei bambini iperattivi.

(Roberto Bresciani)

 

Brad Paisley - 5th Gear

Avevo scritto solo da qualche giorno la recensione sull’album “Bring it On” del grande Kevin Fowler, rigorosamente sparato in cuffia durante la redazione del pezzo, quando mi sono detto: andiamo un po’ a sbirciare le ultime uscite sul sito CMT.com.
Fra i tanti quadrettini (icone) presenti, ho selezionato Gary Allan ed il suo nuovo album “Living Hard”. - “Con un titolo così”, mi sono detto, “magari ascolterò ancora qualcosa di bello ritmato, di aggressivo…”. Beh, ho sentito le prime cinque canzoni, poi non ce l’ho più fatta! Troppo lontano dai recenti ricordi musicali, sia nella ritmica sia nel genere, troppo lontano dagli standard ottimali. Così mi sono detto, andiamo su qualcosa di sicuro, per rifarsi il palato. Ed eccoti il nostro Brad Paisley, nato in West Virginia nel ’72 e sul palco in qualità di supporter già all’età di tredici anni, un cognome certo non facile da scrivere, ma che si sente e si nomina spesso nel country music world. Così acquisto il CD, lo inserisco nel lettore, indosso le cuffie e… play!
E vai con quella chitarra elettrica modulata in modo da farmi tornare con la mente alle mie prime strimpellate nelle sale prova di Milano; stesso suono che si sentiva all’interno di quelle stanze insonorizzate durante la preparazione del mixer e della combinazione dei volumi con gli altri strumenti. Basta veramente poco per farci migrare in men che non si dica da un momento storico ad un altro… e basta veramente poco per attrarre la nostra attenzione. E proprio con questo semplice attacco, Brad mi ha beccato all’amo! E non ho potuto che seguire la lenza da “All I wanted was a car”, effervescente brano di apertura, a “Trottleneck”, escludendo le bonus track. La presenza del country sound in questo album è molto palpabile rispetto al precedentemente nominato.
”Ticks" è il primo singolo estratto dall'album che ha raggiunto in breve tempo la prima posizione nelle classifiche di Country Music… e pensare che non è nemmeno, a mio parere, uno dei brani migliori del “menù”! Recentemente ha girato il video per il secondo singolo, "Online", un po’ più ritmato rispetto al precedente, diretto da Jason Alexander, star della serie "Seinfeld". Nel video compaiono anche William Shatner ("Star Trek" e "Boston Legal"), Estelle Harris (che fa la parte della madre del personaggio di Alexander in Seinfeld), e Patrick Warburton ("Regole d'onore" e noto per aver interpretato David Puddy in Seinfeld). Anche i supporter di Brad (Kellie Pickler & Taylor Swift) fanno una piccola apparizione. Parti del video sono state girate ad un concerto di Paisley nello stato di Washington. Complimenti a Brad per affrontato in modo ironico e divertente un tema “inusuale” nel genere country. Se volete dare un’occhiata ai video, andate sul sito: http://musicbox.sonybmg.com/artists/brad-paisley.
Gradevole e dal sapore di festa di contea la ballata “Some Mistakes”, mentre più soft è invece “I’m still a guy”. Non manca un bel valzer: “Love was a plane”.  Rimaniamo nella melassa e nella malinconia con i brani “Letter to me”, “It did”, “Oh love” (in cui duetta con Carrie Underwood) e “With you without you”. Le comunicazioni nervose vengono invece pizzicate con i pezzi: Mr Policeman (lightning polka – coreografia line dance), Better than this, Bigger fish to fry.
Assonanze western e giri di chitarra alla Knopfler in “Throttleneck”, brano che chiude la lista della sequenza musicale dell’album. L’esperienza maturata alla chitarra da Brad, già nelle sue mani all’età di 8 anni, si percepisce immediatamente, soprattutto in quest’ultimo brano..
Un album di tutto rispetto per un artista country di tutto rispetto!

(Roberto Bresciani)

 

Jackson Taylor - Dark Days

Lasciate che vi parli del nono album di questo grande artista “outlaw” nato nella cittadina di Moody, a nord di Austin, nel Texas. Prima di procedere è bene però scrivere un paio di righe sul termine outlaw. Questa stravagante parola, e quindi l’outlaw movement, è nata sul finire degli anni ’60 con artisti del livello di Johnny Cash, Willie Nelson, David Allan Coe, Billy Joe Shaver, artisti che si sono “ribellati” al classico Nashville sound. Non mancò naturalmente anche l’appoggio di alcuni record producers come Chet Atkins, che riuscì ad ammorbidire il crudo sound dell’honky tonk.
Jackson è un cantautore che ha maturato un’ampia esperienza musicale. Grazie al padre ha ben conosciuto sin da tenera età la musica degli autori sopra citati e di altri come Waylon Jennings. Il lavoro dei genitori, gli impegni scolastici e la voglia di costruirsi una carriera nel mondo musicale, lo hanno portato a toccare diversi stati americani (California, Washington, Nashville, New York) e ad avere contatti con varie tipologie musicali (Country - Honky Tonk - Rockabilly - Punk - Rock). In tutta questa strada, le cui tappe sono ben raccontate nei suoi album, ha maturato un suo stile di composizione, espresso appieno in “Dark Days”, suo recente lavoro. Billy Joe Shaver, uno degli autori preferiti da Taylor e di cui propone una sua versione di Honky Tonk Heroes (ultimo pezzo dell’album in esame), dice:”Jackson’s songs are so real and honest, you know straight off he’s been there and done that.
He writes and sings like he lives – great songs that, I believe, will live forever.”
She’s a real Good Girl, il numero sette della sequenza, è la mia preferita. E’ un brano in cui rock’n roll e country si uniscono in un connubio travolgente… ricordate i pezzi di Jerry Lee Lewis? Beh, questa canzone li ricorda molto! Honky Tonk Heroes, già citato in precedenza, penso che sia un lampante esempio di outlaw, almeno a mio parere. E’ una di quelle canzoni che già al primo ascolto ti da quel sapore di genuinità e libertà che non sempre è facile trovare, nemmeno nella musica pop. Me la immagino come una di quelle canzoni che si improvvisano al momento, per puro divertimento, e poi, rendendosi conto che il ritmo e la musica prendono sempre più corpo, sempre più consistenza, vengono sviluppate in studio, con ottimo risultato, aggiungo. Un bel country grezzo emerge in Outlaw Women, in Drinkin’ alone e in Shallow Grave, se invece volete qualcosa che vi “graffi la schiena”, allora il vostro pezzo è Dark Days.  Un ritmo più texano si annuncia in Tradin’ in Tomorrow for Today, mentre un attimo di respiro ci viene regalato con Goodbye Morphine, che sembra quasi un “My Maria” (coreografia line dance). Ci si può lanciare in un altro ballo di coppia con Lonely. Lo strumento predominante, che si fa sentire sin dal brano di avvio Outlaw ain’t wanted anymore, è la chitarra elettrica, magistralmente suonata da un componente della Jackson Taylor Band: “Ronnie Belare”, il solo peraltro del gruppo a suonare in questa produzione.
Un buon cd a 360 gradi, ben curato e sviluppato… del resto che ci si poteva aspettare da un autore che nei “ringraziamenti” scrive: “First and foremost I want to give thanks to Elvis without whom nothing would be possibile….”

(Roberto Bresciani)

 

Trisha Yearwood - Heaven, Heartache and the Power of Love

Una voce di tale versatilità, seppur con potenzialità tonali molto più elevate, l’ho sentita solo da Celine Dion, cantante pop di estremo livello, a mio modesto parere, riemersa ultimamente con l’album “Taking Chances” (Sony BMG Music). Pensate che stia esagerando? Provate ad ascoltare lo start-up dell’album, il vibrante brano di partenza, che da poi anche il titolo al cd, Heaven Heartache and the power of love, e subito dopo saltate al pezzo numero sette della lista, la nostalgica The Dreaming Fields, dove Trisha è accompagnata unicamente da violini (Jonathan Yudkin) e da un eccellente piano (Steve Nathan). Che mi dite? Non siete ancora convinti? Allora indossate un paio di cuffie e puntate al numero undici, lo scattante two step, “Nothin’  about you is good for me” (scritta da Karyn Rochelle – armony vocals in alcuni dei pezzi dell’album) e quando avete smesso di ballare… come? Avete ancora voglia di muovervi? Ok, allora lasciate andare il cd sul pezzo successivo: “Down me”, energia allo stato puro. Ora però prendete un bel respiro e dirigetevi senza tentennamenti all’ultimo brano del menu musicale, la vellutata: “Sing you back to me”. Chitarra e voce, nient’altro. Sublime! Se non ne siete convinti ora, non so che dirvi.
Nella timbrica e nell’impostazione, l’esperienza di sedici anni di carriera si sentono. Trisha è un frutto che ha raggiunto la completa  maturazione in questo cd, non ho dubbi in merito, e si lascia assaporare dalla prima all’ultima canzone passando dal new country, all’hillbilly al blues, al soul di Nothin’ bout Memphis, e via via sino a toccarci il cuore…. Forse non lo avete compreso, ma questo album mi ha entusiasmato, non poco.
ote puramente e squisitamente country, con qualche accenno blues & Nashville, per il decimo album di questa decisamente intensa cantante, al debutto nel 1997 con l’omonimo album.
L’andamento “slow” non è proprio il mio genere, forse lo avete compreso da tempo, ma ho avuto la fortuna di ascoltare questo lavoro di Lee Ann in un momento in cui avevo necessità di rilassarmi e di lasciar vagare la mente là dove nessuno è mai giunto prima. Sì, perché si tratta di una raccolta di pezzi in gran parte lenti, dedicati ai romantici o a coloro che vogliono prendersi un’oretta di pace e di completo isolamento dal resto del mondo facendosi cullare dal dolce suono della country music.
Ho trovato una purezza di suono nell’incisione, anche per quanto concerne gli strumenti acustici, veramente eccezionale, cosa che mi ha fatto gustare ancora di più questo cd.
Qualcuno peraltro sarà contento di sapere che è presente anche un duetto con George Strait in “Everything but quits”.
La stessa cantante ha anche collaborato nella stesura di alcuni pezzi dell’album, come per esempio “Have you seen that girl”, mio brano preferito fra i dodici presenti.

(Roberto Bresciani)

 

Alison Krauss Robert Plant - Raising Sand

Il 23/10/2007 è uscito un album “sorpresa”, nato dalla collaborazione di due cantanti e due stili completamente diversi: Alison Krauss (country/bluegrass singer nata il 23 luglio 1971) - Robert Plant (cantante dei Led Zeppelin nato a West Bronwich il 20 agosto 1948). E’ un cd composto da 13 brani, un numero che in questo caso non porta affatto sfortuna. In esso non troverete solo musica country, ma un insieme di stili e correnti diverse, dosate e shekerate a dovere e con grande professionalità.
Ascoltando il primo pezzo dell’album, Rich Woman, mi è apparsa davanti agli occhi la tipica immagine in bianco e nero a mezzo busto di Jim Morrison dei Doors; marcata è infatti la “cadenza” stile anni ’60/70 del brano, con quella gran cassa e basso (classico) amplificati oltremodo e “l’eco spinto” di chitarra acustica. Nel secondo, Killing the Blues, si passa ad un ritmo più country-Nashville, ma di quelli un po’ malinconici, con ritmo lento ma stuzzicante. Passiamo ad una ballata quasi gitana, parlo per sensazioni, nel terzo brano, Sister Rosetta Goes Before Us, per poi finire in un lento country-blues con Polly Come Home. Ed ecco che il ritmo finalmente cresce con Gone Gone Gone (Done Moved On),  ma subito dopo arriva il momento di abbracciare la propria compagna/o e danzare un bel tre tempi, un country valzer.
Un accattivante crescendo dal sapore irlandese il pezzo Please Read the Letter. E via di seguito fra alti e bassi, fra ritmi latini, rock blando e picchiato come in Nothin’,  blues (Let Your Loss Be Your Lesson) e ballate (Your Long Journey).
E’ un album “raffinato”, da ascolto.
Premio il limitato utilizzo di artefizi musicali e strumenti troppo “moderni”, troppo tecnologici, e l’equilibrio vocale degli interpreti.

(Roberto Bresciani)

 

Brooks & Dunn - Cowboy Town

…E cominciamo ora ad entrare in quella che è la “sfera mitologica” della new country music, e lo facciamo con l’ennesimo album di un duo composto da Leon Eric Kix Brooks e Ronnie Gene Dunn, un gruppo formatosi nel 1991 a Nashville grazie all’intuizione di uno dei dirigenti della Arista, Tim DuBois.
Abbiamo cominciato con Jason Michael Carroll ed il suo album di esordio, Waitin’ in the country, potremo dire che abbiamo iniziato con un “novizio”; poi siamo passati alla critica di un cd pubblicato da un nome, Bon Jovi, già noto al grande pubblico, ma più per la sua musica rock piuttosto che per il new country, in cui vi è entrato con Lost Highway, fino ad arrivare a conoscere chi è nato e cresciuto nel mondo musicale che noi amiamo di più. L’occasione ci è data dalla loro nuova uscita: “Cowboy Town” (copertina accattivamente, tra il classico ed il moderno, ma, come si  sa, un album non si giudica dalla copertina… o era un libro? Ma?!), cd pubblicato dalla Arista - Sony BMG e prodotto da Tony Brown, Ronnie Dunn e Kix Brooks.
A differenza degli altri cd del famoso duo, fra gli ultimi Hillbilly Deluxe, questo ho dovuto ascoltarlo un paio di volte prima di metabolizzarlo. C’è qualcosa di meno “immediato” rispetto alle precedenti “opere”, forse una lieve mancanza di originalità che negli album passati emergeva sin dal brano di avvio… chissà!? Ora è difficile definire con certezza il perché di questa “falsa partenza”, ormai è entrato nel mio DNA e tutto si presenta fluido e irresistibile, irresistibile come il gran ritmo da tush push (coreografia line dance) di Tequila… ragazzi, detto fra noi, se questo brano non vi prende e il vostro sedere e gli stivali rimangono incollati rispettivamente alla sedia ed al pavimento vi consiglio un ricovero immediato o una richiesta di prepensionamento! E che dire poi del movimento da polka (the right to remain silent  - coreografia line dance) di Johnny Cash Junkie (buck owens freak). Ben acceso, anche se la voce di Kix non mi fa impazzire, Drop in the Bucket, mentre Cowgirl don’t cry, il quinto dei dodici brani, ispira una couple dance.
Ed ecco il retrogusto di blues che emerge assaggiando Chance of a lifetime.
Il pezzo impegnato e strappalacrime non deve mancare, come ogni grande opera a trecentosessanta gradi che si rispetti, è qui naturalmente c’è: God must be busy.
In breve, è un cd che vale la pena avere, un album che si fa amare…se non al primo, al secondo ascolto!

(Roberto Bresciani)

 

Jon Bon Jovi - Lost Higway

Ci aveva già dato un segnale di “conversione” nell’album “Have a Nice Day” con il brano “Who says you can’t go home” in cui dettava con Jennifer Nettles, favolosa voce degli Sugarland; con il nuovo cd “Lost Highway” (2007 – Mercuri Records), le sonorità country emergono sin dal brano di apertura “Lost Highway” e si espandono in varie tracce contenute in esso. Finalmente Giovanni Bongiovanni, naturalizzato americano con il nome di Jhon Frances Bongiovi,  figlio di Carol (ex coniglietta di Playboy) e John Bongiovanni, cambia rotta e si dirige verso la musica da noi più amata, la new-country music, ed una presenza come la sua nella sfera dei country singers non può che dare una tonalità in più a questo splendido genere musicale, che ancora non ha trovato (ahinoi!) una valida e meritatissima collocazione nel nostro territorio.
Nella terza canzone dell’album, “(You want to) Make a memory”, il ritmo si affievolisce e perde un po’ della vena country per esprimere appieno il rock melodico di questi ragazzi del New Jersey, aggregatisi nel 1984 per dar vita ad una grande squadra.
Ed ecco arrivare un bel “I’ll tell you what” o un tranquillo “The right to remain silent” (coreografie line-dance) con il brano numero quattro: “Whole lot of leavin’”.
Che dire poi del duetto con Leann Rimes in “Till we ain’t strangers anymore”, dove un tranquillo e universale cheek to cheek non guasta proprio! Questa canzone si fa assaporare con l’udito e con il cuore, senza troppe forzature.
Con la traccia numero dieci “The last night” ci si balla benissimo un C.C.S. (coreografia line-dance), avvolti da sonorità calde e coinvolgenti. Si chiude poi con “I love this town”, un bel new country quasi appositamente scritto per un ballo di coppia come il “whisky wiggle”.
Difficilmente questo album vi risulterà sgradevole.


(Roberto Bresciani)